05/10/17

Segnalazione: "Racconta dall'inizio", di Luca Mastrocola

 
 
Titolo: Racconta dall'inizio
Autore: Luca Mastrocola
Editore: Artemia Nova Editrice
Pagine: 180
Prezzo: 15 euro (Copertina flessibile) 
 


Trama
Il protagonista, Martino, è un ragazzo un po’ troppo romantico che dall’Abruzzo va a studiare Lettere a Bologna e scopre un mondo nuovo, fatto di amicizie particolari e relazioni effimere. L’autore, attraverso le avventure del protagonista, descrive il difficile e travagliato passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta in attesa di un futuro che spesso, per questa generazione, si rivela un eterno presente.

Estratto 
"Non so nemmeno se mi sento più maturo dopo tutte queste belle esperienze formative. A dire il vero però mi sento un po’ come un bicchiere di plastica che, all’inizio, è così instabile che potrebbe volare dappertutto e lo stesso quando inizi a versarci dentro dell’acqua e potrebbe rovesciarsi. Ma quando ormai inizia a riempirsi e, anche barcollando, non è caduto nei primi istanti allora diventa più stabile e non c’è verso che cada, se non lo spingi tu. Sperando che non mi spinga nessuno mi verso una birra al tavolino di un bar della stazione perché oggi non ho nulla da fare e allora sono venuto a vedere le persone che corrono verso i treni."

Biografia dell'autore 
  Luca Mastrocola è nato a Bologna nel 1990, ma vive in Abruzzo fin dalla tenera età. Da sempre appassionato di letteratura e scrittura, si è laureato in Lettere nel 2015. Ha pubblicato diversi racconti e “Racconta dall’inizio” è la sua prima opera, pubblicata nel 2016.


19/09/17

5 tipi di scrittori che ODIO

Una cosa che mi è stata fatta notare più volte, è che questo blog non soddisfa le aspettative. Non parlo del fatto che faccia cagare - cosa comunque molto vera - ma del nome che non corrisponde con i contenuti. Insomma, chiunque si imbattesse in un blog chiamato 
LE OPINIONI LETTERARIE DI UNA TIPA CHE ODIA UN SACCO DI COSE 
si aspetterebbe di ritrovarsi a leggere le lamentele di una Gordon Ramsay letteraria al femminile. 
E invece no. 
Invece la maggior parte dei miei post sono tutti unicorni e arcobaleni e altre cagate simili. 
Non va bene. 
Questo è il motivo per cui, dopo l'ennesima assenza prolungata, ho deciso di tornare alla ribalta con un post che effettivamente parli di cose che odio dal profondo del mio cuore nero e intasato di catrame. Oggi vi parlo delle tipologie di scrittori che non riesco a tollerare. 
A parte il fatto che quasi tutti gli scrittori, come quasi tutti gli artisti, sono un po' delle persone di merda. L'idea di essere in grado, più o meno, di creare qualcosa di sana pianta, è in grado di trasformare la maggior parte di noi in teste di cazzo col complesso di Dio. Questi, però, sono i peggiori in assoluto. 
Se vi riconoscete in una di queste categorie... beh, cambiate.  

Scrittori che non scrivono

Mi sarà capitato almeno un miliardo di volte, di incontrare simili esemplari. E non parlo di scrittori che scrivono di rado, o molto lentamente, anche se la mia anima vomita-parole non riesce a trattenersi dallo storcere il naso anche davanti a loro - specialmente se hanno talento e non sfruttano a pieno il loro potenziale. 
Sto parlando di tutti quegli scrittori che, di fatto, scrittori non sono, ma che si professano tali.
"Se avessi tempo scriverei un libro", dice lo scrittore che non scrive, come se la scrittura di un romanzo fosse qualcosa che si fa quando capita, quando si ha voglia, con leggerezza, e come se tutti coloro che invece un romanzo sono riusciti a scriverlo fossero solamente dei privilegiati che si sono ritrovati con un sacco di tempo libero tra le mani, piuttosto che persone che si sono fatte il culo. 
"Vorrei scrivere un libro, ma non ho idee." E ALLORA COME MAI, DI GRAZIA, VUOI SCRIVERE UN LIBRO!? Non so te, ma io pensavo che la voglia di scrivere un libro nascesse dal bisogno di raccontare, di comunicare qualcosa. Ah, scusa. Tu vuoi solo diventare la prossima J.K. Rowling e guadagnare un BOTTO di soldi facili - mi dispiace infrangere i tuoi sogni, ma di norma gli scrittori non guadagnano abbastanza neanche da comprarsi mezza Goleador. 
E poi, capite, mi fanno salire un nervoso allucinante, quando danno la colpa della loro inattività al famigerato BlOcCo DeLlO sCrItToRe. Amici, per essere in grado di bloccarvi dovreste prima aver cominciato.


Scrittori che scrivono piano e se la prendono con chi scrive veloce 

Questa categoria è leggermente simile alla precedente, ma con un pizzico in più di stronzaggine. 
Come vi ho già detto, è pieno il mondo di scrittori che per scrivere si prendono il loro tempo, e in questo non c'è niente di male. George R. R. Martin è uno di loro. (Ok, forse qualcosa di male c'è, visto che a noialtri, per colpa della sua lentezza, tocca soffrire.) È pieno anche di scrittori che scrivono veloce, vedi Stephen King. Il fatto è che siamo tutti diversi, ognuno ha i suoi ritmi e come tali andrebbero rispettati. 
Lo scrittore che scrive piano e se la prende con chi scrive veloce, questo, non l'ha capito. 
Una particolarità di questo genere di scrittore è la sua passivo-aggressività. I suoi insulti non sono quasi mai diretti, lasciatevelo dire, ma se leggete tra le righe... 
"Io scrivo piano," annuncia lo scrittore-lumaca risentito, "perché ho bisogno di pensare a lungo a ogni singola parola. Sono un perfezionista. Non potrei mai scrivere come *inserire nome di scrittore-ghepardo a caso* perché IO ci devo riflettere, su quello che scrivo."
Visto? Apparentemente innocuo. E invece no. 

Lo scrittore-lumaca risentito sta cercando di sentirsi meglio, con questa affermazione. Chiunque scriva più veloce di lui dev'essere senz'altro qualcuno che scrive completamente a caso, che non dà peso alle parole, non un perfezionista come lui. Ma vi è mai capitato di leggere qualcosa di scritto da questi sedicenti perfezionisti? I problemi delle loro storie sono due:
1. Non sono neanche lontanamente perfette.

2. Non giungono mai alla conclusione. 

Scrittori che credono di sapere tutto (e non sanno un cazzo) 

Ho cominciato a pensare, in questi ultimi due anni, di provare a trovare un lavoro da editor, quando avrò finito l'università. Significherebbe fare qualcosa che mi piace, e al contempo potrei portare avanti la scrittura senza morire per forza di fame - si spera. 
L'idea di trovarmi a lavorare con questa categoria di scrittori in particolare, però, mi frena. Anche se in effetti nessuna delle categorie che descrivo in questo post rappresenta il sogno erotico di un editor, siamo onesti.
Gli scrittori che credono di sapere tutto (e non sanno un cazzo) sono una specie che purtroppo non è in via di estinzione e che, anzi, sembra prosperare. Loro non comprendono il mercato editoriale in alcun modo, anche se credono di farlo - diciamo che la loro comprensione del mercato è sommabile in: TUTTI AMERANNO IL MIO LIBRO. Danno titoli stupidi e impossibili da rintracciare ai loro romanzi e si incazzano se qualcuno gli propone di cambiarli, non conoscono la differenza tra una casa editrice a pagamento e una free e A DIRE IL VERO non sanno nominartene neanche una, di casa editrice, che non sia la Mondadori. Non conoscono il ruolo dell'editor né del correttore di bozze. Non capiscono che non siamo più nel 1800, e che ormai il lavoro dello scrittore non è, e non potrà mai più essere, quello di "scrivere e basta". Vivono in un mondo magico fatto di: "ho finito di scrivere il mio primo romanzo! Adesso lo invio per e-mail alla MONDADORI, me lo pubblicano la settimana prossima e divento ricco." 
Ciao mitici.

Scrittori montati 

Questi scrittori, con tutte le probabilità, sono stati già pubblicati. Dalla casa editrice locale indipendente gestita dallo zio che nel tempo libero è un macchinista. 
Gli scrittori montati vanno fieri del fatto che nessuno legga i loro libri, o almeno è quello che predicano. L'editoria tradizionale è così mainstream e commerciale! 
Chiunque passi sotto il radar di un editore importante, secondo loro, è un venduto e probabilmente anche un incapace. Il loro mantra è "I grandi editori hanno pubblicato la scrittrice di 50 Sfumature di Grigio!" Questo, nella loro testa, significa che è merda anche tutto il resto. 
Mentre loro, oh, LORO, SOLAMENTE LORO, sono dei veri artisti. L'ho già detto, che gli artisti sono delle persone di merda? Vabbè, tanto vale reiterare il concetto. 
Gli scrittori montati credono di essere dei flâneur contemporanei, con una visione romantica del mondo che non coincide con le aspettative capitalistiche delle major. Bevono caffè organico, seguono la moda hipster e intasano Facebook di selfie accompagnate da citazioni dei loro scritti. 
Decisamente tra gli esemplari peggiori, spero ne converrete.


Scrittori incompresi 

Gli scrittori incompresi sono un po' i cugini tristi degli scrittori montati. Anche loro credono di essere dei geni letterari, dei maestri della parola con cui nessuno può competere, ma sono anche parecchio risentiti. Loro vogliono essere letti. Bramano gli scaffali prioritari delle librerie e l'approvazione di milioni di lettori entusiasti, ma le major - spesso per ottimi motivi - non se li cagano manco di striscio. Ovvio che loro, quegli ottimi motivi, non li riconoscono neanche da lontano: stanno già pensando alla propria morte, e a come dopo che il loro corpo sarà freddo e sepolto i giornalisti e gli editori accorreranno intorno alla loro tomba al grido di: "NON TI AVEVAMO CAPITO! ADESSO CHE I TEMPI SONO CAMBIATI, SIAMO PRONTI!" 
Lo scrittore incompreso si sente un nuovo Allan Poe. Ridicolizzato in vita e idolatrato dopo la dipartita. I suoi romanzi sono troppo all'avanguardia, nella sua testa, per questo mondo arretrato, e le major sono troppo cieche per rendersene conto. Ovvio che il tipo in questione non accetti critiche di alcun tipo, perché il fatto di non essere notato non può essere motivato da un suo errore. Magari a nessuno importa di leggere la sua autobiografia cubista, magari i suoi personaggi mancano di spessore, magari la sua storia è identica a milioni di altre oppure, semplicemente, non sa scrivere. Questo è il motivo per cui non potrà mai migliorare, né raggiungere il suo sogno ed essere felice: chi non accetta le critiche costruttive, sentendosi perfetto così com'è e dando la colpa agli altri dei propri fallimenti, non potrà mai imparare niente. 



Per oggi è tutto, miei cari satanassi. 
Spero che questa mia lista non vi abbia offesi. 
Oppure sì. 
Se fate parte di una di queste categorie, probabilmente sì. 

Firmato: la vostra prossima-alla-forca HateQueen di quartiere.


06/08/17

Recensione: Millennials; Fabio Cicolani



Titolo: Millennials 
Autore: Fabio Cicolani 
Editore: La Corte Editore 
Pagine: 316 
Prezzo: 16.90 euro (cartaceo) 7,99 (e-book) 
Link alla pagina: http://www.lacorteditore.it/prodotto/millennials-fabio-cicolani/ 
Amazon: https://www.amazon.it/Millennials-Fabio-Cicolani/dp/8896325870/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1502032453&sr=1-1 




Cosa farebbero undici ragazzi in italia, se scoprissero di avere dei superpoteri?
Si infilerebbero davvero delle tutine, cercando di salvare il mondo?

No, non i Millennials.
Loro, che sono stati creati da un programma di ingegneria genetica, sono adolescenti senza genitori a cui rendere conto e senza particolari responsabilità.
Ma il destino presenta sempre il conto, e quello per i Millennials sarà particolarmente salato.
Si troveranno infatti costretti a districarsi tra i fili di una macchinazione che è stata tessuta intorno a loro e, tra inseguimenti nel tempo alla ricerca della verità, paradossi e loop temporali che potrebbero mettere a rischio la loro stessa esistenza, i Millennials dovranno imparare a collaborare e a capire il significato più vero di avere amici su cui contare e una casa a cui tornare. 


Ho desiderato questo libro sin dalla prima volta che mi è capitato sotto gli occhi. Sarà stata la copertina spettacolare, sarà stato il fatto che parla di ragazzi coi superpoteri... voi non lo sapete, ma io sono sempre stata una patita di questo genere di storie. Fin da piccola sono stata una lettrice accanita di Spider-Man, e il Marvel Cinematic Universe mi ha ingoiata in un sol boccone prima ancora che io potessi accorgermene del tutto. Non so il perché. Sarà che l'idea di una persona che riceve la benedizione, e a volte la maledizione, di un superpotere, e che decide di usarlo per il bene dell'umanità è sempre stata molto romantica, nella mia testa. Poi, dal momento in cui ho cominciato a seguire la serie "Misfits", ho scoperto tutto un altro mondo. Un mondo fatto di anti-eroi che sì, hanno dei superpoteri, ma reagiscono ad essi come delle persone normali. Questo è ciò che più mi ha attirata in questo libro: l'idea di un gruppo di ragazzini residenti in Italia che hanno grandi poteri, ma se ne fregano delle grandi responsabilità. O quasi. 

Trama: 
Devo dire che all'inizio la trama non mi ha presa del tutto, e per questo ho faticato un po' durante la lettura. Sì, insomma, era interessante, ma mi sembrava l'ennesima storia di cavie, laboratori, esperimenti... ecco, questo finché non sono arrivata all'ultimo terzo del romanzo. Avendolo letto tutto e sapendo come si sviluppa, non posso fare a meno di consigliarvelo vivamente. Il colpo di scena è stato uno dei migliori e più inaspettati che ho incontrato durante la mia vita di lettrice, e mi ha spezzato il cuore - dovete sapere che se un libro riesce a spezzarmi il cuore, per me rientra automaticamente tra i grandi capolavori. Sono masochista, da questo punto di vista. 

Stile: 
Lo stile è semplice e molto family-friendly. Ecco, forse una cosa che cambierei di questo romanzo è proprio questo. Da una storia narrata dal punto di vista di un gruppo di quindicenni mi sarei aspettata un linguaggio più gretto e variegato - nel senso che se avessi potuto scegliere avrei preferito una storia scritta in una prima persona presente molto realistica e sfacciata, con pochi fronzoli e tante parolacce - ma ehi, questo è solo il mio gusto personale: mi rendo conto che non sarebbe piaciuto a tutti. Magari sono io che ho qualche problema. 

Personaggi: 
I personaggi sono il punto forte di questo romanzo. A parte qualcuno che non ha ancora avuto occasione di brillare - ma che spero avrà il proprio riscatto nel seguito della storia - devo dire che li ho amati tutti, e ad alcuni di loro mi sono affezionata in particolar modo. Il mio preferito in assoluto dev'essere stato Plajo, il persuasore che vive all'Ikea. La sua storia è la classica storia dell'anti-eroe, che fa tanti sbagli ma che alla fine rimane di buon cuore. Fino all'ultimo rimane anche abbastanza separata da quella del resto del gruppo, lasciando il lettore a chiedersi quale sia la sua importanza, ma non per questo è meno interessante - anzi. 


Per oggi è tutto, miei cari ragazzi. 
So che sono stata assente per tanto tempo, e non ho idea di quanto tempo sia passato dall'ultima volta che ho scritto una recensione, ma conto di riprendere a rompervi i coglioni a pieno regime - e anche più di prima. 
Probabilmente il prossimo post sarà un breve racconto di ciò che mi è successo in questi ultimi mesi che mi ha tenuta lontana da questo blog, ma non ne sono sicura al cento per cento. Mi rendo conto che probabilmente non vi interessa. 
Comunque, vi mando una miriade di abbracci demoniaci e vi prometto che ci sentiamo presto. 

Firmato: la vostra evasiva HateQueen di quartiere


10/06/17

Una breve riflessione sul fat-shaming.



Di solito uso questo blog per parlare di libri, film e serie tv. Qualche volta, però, mi piace fermarmi a riflettere su cose che riguardano tutt'altro, e questa è una di quelle volte. Se volete sapere qualcosa sull'ultima volta che è successo, vi linko questo post. Oggi ci concentriamo sul fat-shaming. 


Qualcuno descrive l’atto di “fat-shaming” come: “prendere in giro qualcuno perché è sovrappeso, o dire a qualcuno che è inutile, pigro o disgustoso per il suo essere sovrappeso”. Qualcun altro, invece, pensa che sia un termine coniato dalle persone sovrappeso per evitare la propria responsabilità di prendersi cura del proprio corpo. È evidente che a riguardo, il mondo non si sia ancora messo d’accordo. Personalmente, penso che il motivo sia che c’è sempre una sorta di ipocrisia di fondo. 


Per come lo vedo io, il movimento di body positivity non è qualcosa da temere e ridicolizzare, come accade ormai sempre più spesso. Fondamentalmente perché non nasce, secondo me, come giustificazione di comportamenti malsani, ma piuttosto come promemoria del fatto che il nostro corpo non deve catalogarci come persone. Il problema di fondo del fat-shaming è proprio questo: il fatto che qualcuno possa essere sminuito in qualche modo solo per il suo peso. L’idea che le opinioni, i pensieri, l’umanità di una persona grassa meritino, per via del suo aspetto fisico, meno rispetto. È una cosa che non accade solo a chi è sovrappeso. Spesso capita che le persone vengano catalogate in base al proprio aspetto fisico, che esso sia socialmente accettato o meno non fa troppa differenza, ma qui voglio parlare in particolare del problema del fat shaming, quindi non mi concentrerò troppo sul resto per non uscire dal tema. 


All’inizio ho parlato di ipocrisia, e con questo intendevo dire che l’ipocrisia sta da entrambe le parti. Il movimento contro il fat-shaming è stato preso in contropiede sia dalle persone che dovrebbero essere protette da esso, sia da quelle che stanno dall’altro lato. Chi è in sovrappeso sembra aver abbracciato questa body positivity come stile di vita in un modo che non era quello inizialmente pensato da chi ha iniziato il movimento, spesso promuovendo modelli di bellezza contrapposti a quelli proposti dai media, ma non per questo più salutari. Chi invece ha sempre amato prendere in giro le persone per via del loro peso ha cominciato ad arrampicarsi sugli specchi, dichiarando di farlo per la loro salute – come se insultare una persona per via del suo sovrappeso o della sua obesità fosse un atto finalizzato ad aiutare quella persona, piuttosto che a deriderla o a sminuirla. 


BREAKING NEWS: prendere in giro qualcuno non è mai, in alcun modo, utile alla sua salute, che sia essa fisica o mentale. I problemi di peso delle persone sono spesso collegati a fattori di insicurezza e di mancanza di speranza in un futuro migliore. Cominciamo a renderci conto del perché il fat shaming non aiuta assolutamente nessuno? Insomma, davvero qualcuno si aspetta che prendere in giro una persona per il proprio peso potrebbe aiutarla a perdere peso? E anche se la aiutasse a perdere peso, la perdita di peso sarebbe davvero salutare? 


Molti dei bambini sovrappeso finiscono per diventare adulti estremamente tristi e insicuri, che perdano peso durante l’adolescenza o meno fa poca differenza. Succede una cosa molto simile a quando si perde un braccio, la famosa storia dell’arto fantasma: non c’è più, ma il cervello non è abituato a quella mancanza e la persona continua a sentire un formicolio, o la presenza dell’arto stesso. Quindi ecco che una persona che ha perso tanto peso, dopo essere stata grassa, continua a credere di esserlo ancora, grassa, e quindi ad essere insicura del proprio peso per il resto della sua vita, nonostante ormai ogni suo problema fisico sia sparito. Se dovessi dare la colpa di questo a qualcuno o a qualcosa, la darei sicuramente al fat shaming. 


Gli insulti e le prese in giro minano la nostra autostima. Fatevene una ragione. Una persona sminuita per tutta la sua vita, in qualsiasi ambito, sarà per sempre insicura in quell’ambito, a meno che questa insicurezza non venga trattata in modo appropriato da uno specialista, ma anche in quel caso non sempre si riesce a risolvere qualcosa. E comunque resta il fatto che non tutti riescono a reagire al fat-shaming dimagrendo – ripeto, sempre con una mentalità che non è salutare – perché non tutti hanno la stessa testa, né lo stesso modo di reagire ai problemi. Psicologicamente si associa spesso il cibo a qualcosa di simile all’amore, o comunque a un sedativo, probabilmente perché è la prima cosa che ci ricorda le cure di una madre, e quindi chi è già in sovrappeso finisce solo per peggiorare la propria condizione, rispondendo alle critiche poco costruttive con altrettanto cibo, e prendendo ancora più peso. Quindi magari quello che all’inizio non era un problema psicologico finisce per diventarlo. 


Il movimento della body positivity non dovrebbe essere preso come un movimento che vuole spostare la concezione collettiva del bello da un estremo all’altro. Non è una questione di “siamo tutti belli”, “le persone più grasse sono più belle”, “gli uomini vogliono qualcosa a cui aggrapparsi”. Si tratta più di qualcosa del tipo: “io, come persona grassa, non valgo meno di una persona in forma. Io, come persona con problemi di salute – reversibili o meno che siano non fa differenza – non valgo meno di una persona in salute. Io, come persona in generale, ho altri attributi oltre al mio aspetto esteriore. Io posso scegliere di cambiare e posso scegliere di non farlo, ma in ogni caso deve essere una mia decisione personale, non dettata da pressioni esterne o da fattori di insicurezza, perché altrimenti il mio cambiamento sarebbe sintomatico, e non una vera e propria presa di coscienza.”

09/06/17

5 serie tv interrotte che ho amato - 5 Cose Che #16


Buongiorno, miei carissimi lettori affezionati - quali? 
Oggi è venerdì, quindi rieccomi con la rubrica "5 Cose Che", indetta da TwinsBooksLovers
Ogni venerdì ci impegniamo - io non tanto - a pubblicare una lista di cinque cose, che decidiamo in anticipo tramite l'apposito gruppo su Facebook, e quest'oggi abbiamo deciso di parlare di un argomento molto angosciante, ma che allo stesso tempo mi sta parecchio a cuore: le serie tv interrotte che abbiamo amato, e che avrebbero meritato di vedere una degna fine. Quindi eccovi la mia lista. Già mi girano. 

#1: Selfie 



In pochi conoscono il gioiellino di serie che è stata "Selfie", e immagino sia anche il motivo per cui ha fatto la fine che ha fatto. Ho potuto goderne per solo una stagione, e ragazzi, quanto era bella. Dal titolo immaginerete che il tema centrale erano i social media, forse anche troppo demonizzati per i miei gusti, ma credo ch in realtà gli scrittori volessero concentrarsi più sui casi estremi - e abbastanza reali, credo - delle cosiddette webstar, le cui vite non sono poi così perfette di come vogliono farle sembrare. È il caso di Eliza, personaggio interpretato magistralmente dalla mia amata Karen Gillan, che per quanto sia riuscita a farmi ridere è riuscita anche a farmi piangere. E poi la sua chimica con Henry, interpretato da John Cho, era una cosa meravigliosa. Mi mancano ancora, anche se ormai sono passati un paio d'anni, da quando mi hanno lasciata.

#2: My Name is Earl 




"My Name is Earl", invece, credo manchi un po' a tutti. La sua cancellazione è stato il mio primo trauma, in fatto di serie tv. Quando lo guardavo ero ancora abbastanza nuova al mondo seriale, e non avrei potuto immaginare che una serie potesse essere interrotta così, proprio quando è sul più bello. Una perdita gravissima.



#3: Galavant 




 Anche la cancellazione di "Galavant" l'ho presa un po' come un affronto personale. Era una serie tv originalissima, divertentissima e con un format mai visto. Voglio dire... una serie tv comica ambientata nel medioevo e sottoforma di musical? Quando mai si è vista? Beh, immagino che non la vedremo mai più.



#4: Faking It 




 Più andiamo avanti con la lista, più le cose si fanno serie - HAHAHA, l'avete capita? Dio, sono terribile.
"Faking It" parlava di Amy e Karma, migliori amiche fin da piccole e inseparabili. Peccato che Amy sia segretamente innamorata di Karma. E peccato che Karma decida di fingere di essere fidanzata con Amy, in modo da guadagnare popolarità nel loro liceo super politically correct. Era solo un teen drama, è vero, come tanti altri - quindi pieno di cliffhanger sconvolgenti e dolore adolescenziale - però allo stesso tempo era diverso. Diverso perché abbracciava una diversità che nei teen drama è particolarmente carente. Infatti, "Faking It" parlava di temi come l'omosessualità, la bisessualità, l'intersessualità - se non sapete cosa sia, cercatela - e la transessualità, il tutto affiancato dai bisticci tra adolescenti che tutti noi amiamo. Ed è stato un colpo al cuore, per me, vederla interrotta così brutalmente. Ho bisogno di sapere come finirà. Ho bisogno di sapere che Amy starà bene.


#5: SENSE8!!!!!!!!! 



Parlando di tematiche importanti... NETFLIX, SI PUò SAPERE CHE CAZZO COMBINI!?!?!?!? 
Il meglio/peggio me lo sono lasciato per la fine, ovviamente. E sapete qual è la cosa divertente, in tutto questo? Che non sapevo su cosa scrivere il quinto punto. Cioè: quando sono entrata nel gruppo di 5 Cose Che e ho visto qual era il titolo per questa settimana, ho pensato subito alle prime quattro serie della lista, ma poi mi sono domandata: "e adesso al quinto punto che ci metto?" Beh, il giorno dopo Netflix ha deciso al posto mio. Se volete sapere quanto sono devastata, per via di questa cancellazione, vi rimando al post che ho scritto a riguardo - QUI.
Ma noi sensates non abbiamo smesso di lottare, non solo perché questa serie è importante per noi, ma perché crediamo che sia importante per il mondo, e che debba essere vista da tutti. 
Sensates o meno, se ve la sentite di darci un aiuto a salvare questo gioiello, vi chiedo gentilmente di firmare questa petizione. Potrebbe servire oppure no, ma di sicuro non costa niente provare. C'è anche da dire che abbiamo una guerra in corso su Twitter, quindi se volete potete unirvi a noi usando l'hashtag #BringBackSense8. Lo apprezzeremmo molto. E nonostante la serie sia stata interrotta, consiglio a tutti di vederla lo stesso, perché è davvero, davvero, davvero importante. 


E per oggi chiudo qui! Quali sono le vostre serie tv interrotte del cuore? Quanto avete sofferto, quando ve le hanno tolte? 


Firmato: la vostra devastata HateQueen di quartiere.


02/06/17

Sense8 non è stato un fallimento.

L'altro giorno ero su Facebook, intenta a lamentarmi apertamente della cancellazione di Sense8, serie tv delle sorelle Wachowski, da parte di Netflix. Io non sono una che di solito esprime il proprio disappunto e il proprio dolore sui social network, che riservo soprattutto per la condivisione di cose stupide che mi divertono, ma questa volta è stato troppo anche per me. Voglio cominciare col dirvi che ho pianto, per la fine che hanno fatto fare a questo piccolo capolavoro, e ho pianto davvero. Potrà sembrare una reazione infantile ed esagerata, e in molti direbbero che era solo una serie, che non ha senso reagire in questo modo, ma il fatto è che non lo era. Non era una serie. Era un messaggio. 
C'è un motivo, se ho cominciato parlandovi delle mie lagne su Facebook, ed è un motivo ben preciso, sul quale ho intenzione di costruire tutto lo sfogo che state per leggere. Non appena ho saputo la notizia ho scritto uno stato - che poi è stato inevitabilmente seguito da GIF, video, immagini, scene che mi avevano fatta riflettere e star male - ma è proprio su questo stato, che voglio concentrarmi. Recitava: 



Sintetico, conciso, diretto. E per lo più la risposta dei miei amici è stata solidale, per carità, perché - specialmente online - conosco una miriade di persone fantastiche che sanno apprezzare ciò che di bello c'è nel mondo, e sanno riconoscere un'ingiustizia. Mi sono sentita supportata. Finché non è arrivato questo baldo giovine: 



A questo punto voi penserete: e allora? 
E allora ero in uno stato emotivo del cazzo, e mi stavo già sentendo presa per il culo dai CEO di Netflix, figuriamoci se accettavo l'ilarità intollerabile di questo individuo. Voglio dire: mi cancellano Sense8, e tu ti permetti di ridere? Ma soprattutto: tu ti permetti di chiamare Sense8 un fallimento? 
Inizialmente gli ho risposto pacatamente, ma quando ha continuato a fare il burlone "superiore", con i suoi "lol" e i suoi "ahahah" della malora, un attimo ho perso le staffe. E sì, forse ho esagerato, lo ammetto, perché certo, se vai a cercare sul dizionario la parola "fallimento", il significato è proprio quello. Di una cosa che è fallita. Le persone che amavano la serie non avranno un seguito e le persone che ci hanno investito ci hanno anche perso. Un fallimento su tutti i fronti. 
E allora perché questa parola mi ha fatto tanta rabbia, se associata a Sense8? 
Proprio perché, come dicevo prima, quando penso a Sense8 non penso a una serie, il cui scopo è quello di tenere sulle spine gli spettatori e spingerli a guardare ancora, facendoli drogare di cliffhanger e colpi di scena. Lo scopo di Sense8 era quello di comunicare un messaggio, per quella che è stata la mia percezione della serie, e quel messaggio è arrivato. A me è arrivato. Ed è per questo che quando ho saputo come era stato trattato, quel messaggio così importante di pace, di tolleranza, di accettazione del diverso, di amore, di connessione, non ho potuto far altro che piangerci sopra. Mi sono sentita come quando avevo il ciclo e ho fatto cadere per terra un barattolo di miele, fracassandolo e ritrovandomi costretta a ripulirne i cocci in una situazione in cui il mio stato emotivo era fortemente alterato e la vita mi pareva fin troppo difficile da portare avanti: senza speranza. Mi sono sentita come se il mondo fosse senza speranza. Perché nel momento in cui qualcosa di così bello e speciale non viene riconosciuto per ciò che vale, significa che il nostro mondo fa, sostanzialmente, cagare. E che tutti i buoni propositi della serie, tutti i messaggi positivi che ha cercato disperatamente di condividere, non sono stati accolti dai molti nel modo in cui avrebbero dovuto. 
Guardando Sense8 mi sono sentita parte di qualcosa di più grande, come se un po' fossi una sensate io stessa, e nel momento in cui è stato cancellato ho pensato che quel qualcosa di più grande non fosse mai esistito, che nessuno l'avesse vissuto come l'avevo vissuto io. 
Fallimento. 
Sì, forse ho creduto davvero, per un momento, che Sense8 fosse stato un fallimento. 
Poi ho visto il merdaio che stava succedendo su Twitter. 
Quel qualcosa di più grande al quale avevo sentito di appartenere era di nuovo lì, non se n'era mai andato, e dopotutto avevo fatto bene a credere che fosse esistito. Da ogni parte del mondo ho letto di persone che alzavano la voce, che non accettavano l'ingiustizia, che reclamavano il proprio diritto a non essere prese per il culo da qualche stronzo di un CEO che pensa solo al profitto, e non ai propri clienti affezionati. Netflix era partito come una grande speranza, ma si sta trasformando in un incubo. Si sta trasformando in un'emittente televisiva come tutte le altre, che preferisce dare spazio a cagate spaziali lunghe undici stagioni - The Big Bang Theory, Supernatural, e chi ne ha più ne metta - che hanno perso il proprio valore da tempo ma che continuano a fare ascolti, piuttosto che a vere e proprie opere d'arte. Parlavo tempo fa con una mia amica di come Netflix stesse cambiando il panorama delle serie tv, puntando su una qualità che tra le emittenti televisive era introvabile, ma a quanto pare ci stavamo sbagliando. Perché nel momento in cui decidi di cancellare una serie come Sense8, ancora nel pieno del proprio sviluppo, lasciando tutti gli affezionati a bocca asciutta appena dopo un cliffhanger della madonna, non solo è evidente che un concetto sviluppato di qualità non lo possiedi, ma non possiedi neanche quella cosa chiamata "rispetto". 
Ma non è tanto il non sapere come andrà a finire, che mi ferisce, perché posso sempre inventarmelo. Non è tanto l'essere presa per il culo, anche se diciamo che è una buona parte. Quello che mi ferisce davvero è che una serie come Sense8 non esiste, e non credo che la rivedremo tanto presto. Non rivedremo mai i temi della bisessualità, della transessualità, dell'omosessualità, dell'identità, della multiculturalità, dell'amore e dell'arte trattati con tanto candore, liberi da stereotipi e barzellette. Non rivedremo un personaggio come Nomi Marks, non rivedremo un personaggio come Amanita, non rivedremo Kala, Wolfgang, Capheus, Lito, Hernando, Sun, Will, Riley, nessuno di loro. Sono come congelati nel tempo, adesso, condannati a rimanere immobili per sempre. È come se fossero tutti morti, o peggio, e non avranno mai la possibilità di ottenere ciò che si meritano. 
Ed è proprio il fatto che questa cosa non fa soffrire solo me, che denota quanto Sense8 non sia stato un fallimento. Seguitemi un attimo: se io pubblicassi un libro con una casa editrice e quel libro ottenesse molti consensi, io ne sarei felice. E ne sarei felice anche se la casa editrice decidesse che i consensi non sono abbastanza, e quindi mi negasse di pubblicare il seguito, e allora si alzasse un putiferio proprio come quello a cui ho assistito su Twitter. Perché questo significherebbe che i miei personaggi, la mia storia, il mio messaggio, nei cuori delle persone ci sono arrivati. 
Tante persone che alzano la voce non possono reputarsi un fallimento. 
Sense8 non è stato un fallimento. 
Gli unici che hanno fallito sono stati i CEO di Netflix, nel non riconoscere il valore in qualcosa che di valore ne ha tanto, forse troppo, per essere del tutto compreso. 



Rimaniamo uniti. Facciamoci sentire. Forse abbiamo ancora la possibilità di cambiare qualcosa, anche se minuscola. Sense8 non merita di essere messa da parte in questo modo, e neanche noi. 
Vi lascio i link a due petizioni attualmente firmabili, che stanno raccogliendo moltissimi consensi. Firmare significa chiedere rispetto. 

Petizione #1 
Petizione #2