24/11/16

NaNoWriMo: stralci di racconti e vittoria anticipata.

Io questo mese volevo fare una cosa carina. Volevo aggiornarvi almeno una volta a settimana, dirvi come stavo, cosa mangiavo, buttarci in mezzo qualche parolaccia ogni tanto... E INVECE NIENTE. NIENTE. MANNAGGIA A ME. Voglio dire, sicuramente ne sarete sollevati, ma mannaggia a me. 
Oh, e tra parentesi, ho finito di scrivere le 50.000 parole tipo una settimana fa. Il 17 Novembre, per l'esattezza. E non vi ho detto NIENTE. Neanche una foto di me con lo sguardo vittorioso, neanche qualche piccolo estratto per vantarmi delle cazzate che scrivo, neanche un... boh, sinceramente non so cosa avrei dovuto pubblicare. So solo che avrebbe dovuto essere fantastico. Mentre l'unica cosa fantastica di questo mese sono stata IO, che ho vinto e stravinto e stravinto. 
Allora. Ero partita dicendovi che stavo scrivendo una raccolta di racconti sui peccati capitali, MA. E c'è un ma. Dopo aver scritto di lussuria, invidia e accidia mi è preso un attimo il panico. Voglio dire, sapevo bene cosa scrivere, ma diciamo che non c'avevo troppa voglia. Quindi mi sono buttata sul secondo volume di una saga fantasy che sto scrivendo - sì, scrivo un sacco di cose estremamente diverse, sennò mi annoio - e, beh, ha cominciato a scorrere come l'acqua, ragazzi miei. Così tanto che ho superato il limite delle parole che avrei dovuto scrivere per la primissima volta nella mia vita! Non per dire, ma ho buttato giù 124 pagine in 23 giorni. È una cosa da pazzi. SEI COMPLETAMENTE PAZZA, HATEQUEEN, PAZZA. 
Ma vi giuro che non sto scrivendo questo post solo per tessere le mie lodi. Cioè, anche. Oddio, forse in effetti era solo per questo. 
No, ok, volevo dirvi che qui la situazione Wi-Fi è veramente tragica, che odio la vita e che ho solo un paio di pomeriggi a settimana per aggiornare il blog, e non sempre ne approfitto perché sono una merda. Sto continuando a leggere belle cose, anche se ancora meno di prima perché devo studiare per l'esame di teoria della patente e perché boh, diciamo che questo mese più che altro ho scritto. Quindi invece di una recensione, visto che qualcuno dopo il post precedente me l'aveva chiesto, vi lascio qualche stralcio dei miei racconti - di "Accidia" ne ho messi tre perché boh, sì.



Da: Lussuria 

«Mi pareva di averti detto che non era una buona idea.» La dottoressa Romano ha sempre l’aria accigliata, quando inizia una frase con: “mi pareva di averti detto”. La verità è che non le pareva proprio niente. Dire: “mi pareva” significa che non sei sicuro di qualcosa, non ti ricordi bene. Lei invece lo sa benissimo, cosa mi aveva detto. Solo che è una bugiarda. Striscia intorno alle lettere delle parole e le mette nell’ordine che preferisce – nell’ordine che più le serve. La dottoressa Romano è una bugiarda. È una bugiarda tanto quanto me.
«Lo so» le rispondo, sguardo basso e affranto. Lo studio della psicologa è troppo chiaro e arieggiato, e io non voglio che noti il punto nero che mi sta spuntando sul mento. Non ho neanche provato a schiacciarlo, perché temevo di fare peggio. Adesso mi toccherà portarmelo dietro per il resto del giorno.
«E com’è andata?» mi domanda, con la cartellina sotto mano. Quello che vuole sapere è se ieri notte, in discoteca, ho scopato con qualcuno – “ceduto ai miei impulsi”, direbbe lei – e ora non aspetta altro che segnare i punti sul tabellone.
Maddalena: 0
Dottoressa Romano: 10.000.000
«Tutto bene» le rispondo, scrollando le spalle e mantenendo un contatto visivo nullo. «Ho bevuto giusto un paio di drink. C’era un ragazzo che ci stava provando con me e l’altra mia amica, ma gli abbiamo detto di andarsene che non era proprio aria. E devo ammettere che ero davvero tentata di seguirlo, questo sì. Se devo essere sincera, l’avrei seguito in capo al mondo. Però non l’ho fatto. E mi ha fatta sentire bene.» Rivolgo alla psicologa un mezzo sorriso, un po’ mesto e un po’ speranzoso.
La dottoressa Romano se la beve.
La chiave nel raccontare bugie è sempre sputtanarsi un pochino. Ovvio che non bisogna sputtanarsi del tutto, altrimenti non avrebbe senso. Però se le avessi detto che non ero stata neanche tentata di fare qualcosa di tremendamente sbagliato non ci avrebbe creduto, sarebbe stato esagerato. Come se un bambino ciccione a dieta dicesse alla madre che in mensa ha preso solo un’insalata, o come se uno di quei coglioni senza cervello cercasse di convincere il padre che il professore gli ha dato un nove, mentre è ovvio che il massimo che può pretendere di ricevere è un sei politico e sempre lo sarà. Sì, sono stata tentata ma non ho ceduto. Quasi quasi ho deciso che ci credo anch’io.


Da: Invidia 

Salire sull’autobus per andare a lavoro è una di quelle cose che mi fa sempre sprofondare nella vergogna. Quasi tutti gli autobus sono forniti di una rampa per disabili, ma ogni volta che bisogna tirarla fuori ha tutta l’aria di essere un evento di Stato.
Ogni volta il controllore si guarda indietro perché qualcuno dei passeggeri lo sta chiamando: «scusi, c’è una signora in carrozzina che deve salire!» Dopodiché procede a sbuffare e raggiungere l’entrata con fare scocciato, per poi improvvisare un sorriso non appena mi vede – come se io fossi una stolta e una cieca. «Buongiorno/salve/buona sera» mi saluta, per poi aiutarmi a salire nel modo più goffo e lento possibile. E nel frattempo i passeggeri alzano gli occhi al cielo, infastiditi perché faranno tardi, oppure distolgono lo sguardo, che la mia vista li mette in imbarazzo. Neanche avessi chissà quale malformazione particolare. Sono solo una donna di mezz’età che un pomeriggio è scivolata su una pallina.
Ovvio che non sta a me giudicarli. Non sta a me giudicare nessuno di loro, e non lo sto facendo. Non lo sto facendo. Avranno le loro motivazioni, se si comportano in un certo modo, e quelle motivazioni non devono essere affar mio. Ti prego, Signore, ti prego, non avercela con me anche questa notte. Ti prometto che sarò buona.
Questo, sostanzialmente, è il motivo per cui preferisco raggiungere il supermercato a piedi – per modo di dire. Ci metto più tempo, ma sicuramente migliora la mia autostima e il mio umore. E poi mi fa bene un po’ di movimento. L’ho sempre pensato. Peccato che stando su questa sedia non ho potuto fare a meno di mettere su peso sull’addome e sui fianchi. Le mie gambe sono ancora piccoline come una volta, anche se flaccide. Le mie braccia sono dure come la roccia. 



Da: Accidia

Qualcuno se lo chiede mai come muoiono i ragni? Intendo quelli con le gambe lunghissime e secche, che poi te li ritrovi in un angolo del soffitto, e quando passa un po’ di vento oscillano senza fare una piega, cadaveri appesi. Restano lì, incastrati nella propria ragnatela, finché non ti decidi a tirarli giù con una scopa. Cosa gli è successo? È che sono rimasti lì ad aspettare troppo tempo, immobili, e le loro prede si sono scordate di loro? Hanno ceduto alla fame? Quello che mi preoccupa davvero, quello che mi viene da domandarmi, è se finirò così anch’io. Se anch’io sarò un giorno un corpo morto e secco con gli arti tutti rattrappiti, incastrato tra le pieghe del proprio letto. 


«È uscito fuori che Robin Williams si è suicidato perché aveva scoperto di avere il Parkinson» dice, lo sguardo basso sullo schermo del cellulare – deve aver letto la notizia su un qualche giornale sensazionalistico online. «Poretto. Che vita.»
Mi viene da sbuffare, e lo faccio. La gente si sente sempre a proprio agio quando legge articoli di questo genere. Quando riesce a dare una motivazione al suicidio e a tutto ciò che non riuscirebbe a capire neanche in un milione di anni. “Ah beh, Robin Williams si è suicidato perché aveva scoperto di avere il Parkinson, allora va tutto bene. Possiamo tornare alle nostre faccende, e questa notte faremo sogni tranquilli.” Mi fa pensare a quando ho fatto quello scherzetto dei tagli sulle braccia nel bagno della scuola. Alla secchiata di “perché” che mi è stata rovesciata in testa. “Perché, Giovanni? Perché ti sei fatto questo? Perché ci fai questo? Volevi morire? E se sì, perché? E se no, che significa? E se sì, perché non hai tagliato più a fondo? E se no…” Eccetera, eccetera. E la verità che per tutti era spiazzante era che non glielo sapevo dare, un perché – o per lo meno un perché che potessero comprendere – e che mi ritrovavo sveglio la notte a pregare di svegliarmi con qualche male terribile e incurabile, e allora avrei avuto una scusa per smettere.
Smettere cosa?
Smettere tutto. 


Quando ero piccolo, dell’Evoluzionismo di Darwin non ci avevo capito proprio un cazzo – o meglio, l’avevo capito al contrario. Tutta la storia del collo delle giraffe, intendo. Del fatto che si è allungato a forza di cercare di raggiungere i rami più alti. In realtà il fatto è che certe giraffe ci erano nate, con il collo lungo, mentre altre no, e quelle con il collo lungo sono sopravvissute mentre quelle con il collo corto… beh, no. E io, da bravo stronzo, da tutto questo ho carpito solo una cosa: che non siamo fatti per migliorare. Il miglioramento è una favola della buona notte che ci raccontiamo per sentirci al sicuro. Il miglioramento è fantascienza, è una cosa che lasciamo ai nostri posteri che magari saranno abbastanza fortunati da nascere con i geni giusti. La realtà dei fatti è che quelli di noi che sono nati con il collo lungo sopravvivranno. Io non sono nato con il collo lungo.





Firmato: la vostra amichevole HateQueen di quartiere dal collo corto.

Nessun commento:

Posta un commento