30/05/16

Il motivo per cui non dovremmo rinunciare al turpiloquio.

Ci tengo a sottolineare che questo è un argomento che ho davvero a cuore. Prenderei questo argomento e me lo stringerei contro il petto, per poi sussurrargli parole dolci all'orecchio. Gli direi che è speciale, davvero speciale, e che gli stronzi che lo prendevano in giro a scuola non ci avevano capito un cazzo. Sì, ho detto "stronzi" e "cazzo". In un blog letterario. Devo proprio essere uno scherzo della natura!


Allora, ragazzi, il punto è questo: di opinioni ne ho lette e sentite, negli anni, su questo argomento, e mentre con alcune persone potevo concordare, devo dire che molte volte mi sono ritrovata a pensare "che opinione di merda". Non è neanche una questione di "ognuno la pensa a modo suo". È una situazione oggettiva, quella di cui vorrei parlarvi. È la pura e semplice verità. Le persone dicono le parolacce.
Se c'è una cosa che trovo indispensabile, più all'interno di un'opera di finzione che nella realtà vera e propria, è il realismo. Perché non c'è bisogno di realismo nella vita di tutti i giorni, crediamo a ciò che ci succede perché è vero, è appunto reale, ce lo abbiamo davanti agli occhi. Per credere a una baggianata scritta su carta, invece, abbiamo bisogno che sia credibile davvero. E non parlo di un genere in particolare, parlo di tutti i generi. Odio quando mi lamento della mancanza di realismo in un'opera fantasy e mi si risponde: "oh, scema, guarda che è fantasy!" NO. NO, NO E ANCORA NO.



Sentii parlare di sospensione dell'incredulità per la prima volta quando lessi "On Writing", del mio amato Zio King. La sua opinione, a riguardo, era la seguente:



"In un libro, attraverso lo strumento di una storia inventata, si deve dire la verità su come la gente parla e si comporta. È una specie di patto con il lettore: è una storia finta, ma deve sembrare vera, il trucco è tutto qui." 


Solo che se lo dico io sono una scema, se lo dice Stephen King magari ci si crede un attimino di più. Quindi vi copincollo un'altra bella citazione, questa volta del signor Coleridge, che scrisse "The Rime Of The Ancient Mariner" nell'800 e già vedeva più lontano di certi parrucconi in circolo al giorno d'oggi.



"Il lettore sospende volontariamente la sua incredulità razionale, immergendosi pienamente nel mondo fantastico di una storia, quando questa è raccontata secondo le sue leggi interne di credibilità. Tutto questo crolla nel momento in cui il lettore coglie una svista di qualsiasi tipo." 


Penso che a questo punto ci siamo capiti, no? Quindi posso andare avanti.
Io credo fermamente che in certi casi i colloquialismi siano necessari, o comunque dovrebbero essere compresi e non criticati. L'avrete letta, almeno una volta nella vita, una storia scritta in prima persona. Ordunque, non vi sta altamente sulle palle quando leggete di, che ne so, un ragazzino di sedici anni che narra la sua vita in prima persona presente come se fosse un signorotto dell'800, esibendosi in descrizioni arzigogolate di raggi di sole che bagnano strade acciottolate della loro luce e usando congiuntivi con la facilità con cui, a quell'età, un suo qualunque coetaneo passerebbe la giornata a masturbarsi?
È importante distinguere la conoscenza della lingua che ha l'autore dalla conoscenza della lingua che ha il suo personaggio, come è importante distinguere l'autore dal personaggio in qualunque altro caso. Non è che se il protagonista di un romanzo è un neo-nazista significa che lo è anche il suo scrittore. Non è che se il protagonista di un romanzo ha intenzione di mangiare il vostro fegato con un po' di fave e del buon Chianti significa che il suo scrittore ha intenzione di fare lo stesso. Quindi perché il fatto che lo scrittore sia un letterato dovrebbe rendere tutti i suoi personaggi delle personcine speciali dalla parlata sciolta e i pensieri tutti precisi e ordinati? Perché la gente scambia ancora un flusso di coscienza per un episodio di cattiva punteggiatura? Perché la gente ancora legge un dialogo grammaticalmente scorretto e prende l'autore per un buzzurro? Riassumendo: PERCHÉ LA GENTE È SCEMA!?



I libri sono certe volte percepiti come templi, luoghi sacri in cui le oscenità della vita reale non dovrebbero entrare, perché "leggere è una fuga dalla realtà!!!!11!1" E allora siate coerenti e non venite a lamentarvi quando la tipa di "50 Sfumature di Grigio" vive le sue letteralmente incredibili avventure, perché verrò a staccarvi un braccio e a usarlo per colpirvi ripetutamente, in quel caso. Non potete inneggiare al surrealismo solo quando vi fa comodo, e che cavolo. Riprendetevi.
Poi chissà perché non si scandalizza nessuno, guardando un "Pulp Fiction" o un "Trainspotting" o una serie tv come "Misfits". EH MA LE AVVENTURE SU SCHERMO SONO UNA COSA DIVERSA e invece no. Cioè, sì, lo sono... ma per altri motivi. Personalmente credo che bisognerebbe percepire le storie per quello che sono, ovvero storie. Il mezzo con cui si sceglie di raccontarle può cambiare e avere regole diverse da un altro, ma sempre della stessa roba si tratta. E non è che i libri siano superiori al cinema, o alle serie tv. C'è sempre un lavoro dietro. Può essere un lavoro fatto a regola d'arte o un lavoro di merda, ma sempre lavoro è. Quindi per qualche motivo quando Jesse Pinkman urla "BITCH" cinquantaquattro volte in cinque stagioni di Breaking Bad va bene, ma se Begbie nel libro di "Trainspotting" dice una parolaccia ogni cinque parole si tratta di "uso compiaciuto della volgarità e del cattivo gusto". Vi giuro che queste parole le ho lette davvero. Non si parlava di Begbie, in quel caso, ma la situazione era la stessa - anzi, era forse meno "grave".
Sono un po' stanca e arrabbiata, ragazzi miei, ma credo che a questo punto non ci sia bisogno di specificarlo. Sono stanca di sentirmi dire che ciò che scrivo è "troppo", di non poter scrivere come diavolo mi pare, di aver paura di usare la mia voce. Di pensare "magari se abbasso un po' i toni ho più possibilità di sfangarla". Sono arrabbiata per tutte le volte che una mia storia è stata buttata giù per motivazioni fuori dal mondo che venivano fatte passare per "problemi di stile" e per tutte le volte che mi è stato detto che dovevo lavorare su grammatica/punteggiatura/simpatia, quando tutte le scelte che avevo fatto erano pensate, non frutto di errori o refusi. Ditemi che il mio protagonista vi sta sulle palle. Ditemi che la mia storia non ha alcun senso. Ditemi che il finale vi ha fatto cagare, che un passaggio sarebbe stato meglio spiegarlo meglio, che il titolo è una merda. Ma non lamentatevi perché un racconto horror presenta tematiche delicate e moralità ambigua. Non lamentatevi se il mio protagonista in prima persona cerca di fingersi una persona vera e ha delle opinioni che non vi stanno bene, o parla come la sua personalità e il suo stato sociale gli impongono. Vi prego. Vi prego fermatevi a pensarci un attimo su, quando criticate un paragone troppo ardito o una frase che un professore di Oxford non direbbe neanche sotto tortura. È probabile - non dico ovvio, perché non si sa mai - che un motivo ci sia, se è stata messa lì. Ok? Voglio dire, non l'avete mai conosciuta una persona incapace di fare paragoni? Non siamo tutti scrittori e sì, qualcuno al mondo potrebbe aver pensato, un giorno, che il suono della voce di una persona che odiava somigliasse a una scoreggia in una teiera. Perché non può pensarla anche un personaggio in un libro, una cosa del genere? Perché le persone che leggiamo nelle storie devono essere sempre così perfette e inumane?
Ci tengo a precisare che con questo non voglio assolutamente dire di essere una brava scrittrice e di non meritare una critica al mondo. Non sono una che quando sbaglia se la prende - non più di chiunque altro. Solo che riconosco quando una critica è ingiusta e quando non lo è, e riconosco quando un elemento in una mia storia dovrebbe essere cambiato e quando dovrebbe essere lasciato esattamente così com'è. E questo post non lo sto scrivendo solo per me stessa, per redimermi di fronte al mondo e sentirmi una Persona Meglio. Lo sto scrivendo perché la gente di cui vi ho parlato sopra esiste davvero. Esiste la gente che ride alle battute volgari di Nathan su "Misfits" e poi se la prende se legge "scemo" in un libro. Esiste la gente che prende tutto per volgarità gratuita e che probabilmente sul suo scaffale tiene solo Nicholas Sparks e "La bambina della Sesta Luna", altrimenti non si aspetterebbe di trovare nei libri solo messaggi positivi.
Mi rendo conto di aver farneticato forse un po' troppo a lungo e che a questo punto avrete smesso tutti di leggere, quindi direi che posso anche chiudere qui. Mi dispiace se ciò che avete letto vi ha dato l'impressione di essere lo sfogo di una ragazzina che prende le cose un po' troppo sul personale, vi giuro che l'intenzione non era quella. Spero di non esservi risultata insopportabile o deficiente, come lo spero sempre quando esprimo la mia opinione in pubblico. Soprattutto quando sono convinta come lo sono ora di avere ragione.


Oh, e sappiate che se un libro non contiene parolacce non me la prendo, eh. Alla fine è una scelta che si basa sul target e sulle preferenze dell'autore, e finché non rovina la storia o la sovracitata sospensione dell'incredulità mi va bene tutto. Sta di fatto che preferisco sempre trovarmi di fronte a uno stile realistico, anche a patto di dover rinunciare alla poesia - anche se non credo che le due cose debbano essere per forza separate.
Ok, questa volta ho finito per davvero. Ci vediamo alla prossima incazzatura!

Firmato: la vostra anti-censura HateQueen di quartiere.

2 commenti:

  1. Finalmente oggi avevo un po' di tempo per fermarmi a leggere il tuo ragionamento, e cara mia, sono totalmente d'accordo con te!
    Ma te l'immagini un libro Bukowski senza parolacce, vomito, secrezioni varie? Non sarebbe più lui, e nessuno ne parlerebbe mai! Eppure sono sicura che lui avesse una vastissima cultura e se avesse voluto avrebbe potuto scrivere un romanzo a prova di censura, ma non sarebbe stata la sua arte, solo un vile compromesso!!!

    Lunga vita agli scrittori "maledetti", "sboccati" e "volgari"...sono i miei preferiti!! ❤❤❤

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    1. Awww, sono felice di non essere l'unica a pensarla così! MAI scendere a compromessi.

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